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La Psicologia Dei Bambini

Amministrazione

Dal gioco al pensiero

Bambina felice tra le bolle
Bambina felice tra le bolle

Giocare

Alla partenza del viaggio che sbocca nella attività mentale astratta, ci sono gli organi di senso e le attività motorie. La vita psichica inizia dall'apparato percettivo. Fare e percepire: muoversi, sentire, vedere, annusare, gustare.

Poi cominciano le competenze: il "saper fare".

Il feto prima trova casualmente il pollice e lo succhia perché è predisposto fisiologicamente a farlo, come riflesso, poi, ancora da feto, lo cerca intenzionalmente perché ciò gli produce piacere. I feti fanno e sanno fare tante cose. La competenza, nel movimento intenzionale è già attività mentale perché nella mente si deve mantenere sia il ricordo della piacevolezza dell'esperienza, che quello dell'organizzazione motoria necessaria per riprodurla.

Il neonato, poi, si spinge oltre poiché ha la possibilità di entrare in contatto con molti più oggetti nel mondo e non smette di esplorarli ed inventare sempre nuove possibilità di soddisfazione e piacere. Io chiamo questo comportamento "attività giocosa", perché sostenuta soprattutto dalla ricerca del piacere fisico e motorio, dal piacere dell'esplorazione, e suscettibile di evolvere in vero e proprio "gioco".

Bambina sullo scivolo
Bambina sullo scivolo

Attenzione, la chiave della crescita mentale sta proprio nella ricerca del nuovo e del sempre diverso. Le competenze, crescendo, aumentano con l'aumento di opportunità nell'ambiente e il bambino scopre ed inventa nuove relazioni tra le cose e nuovi modi di utilizzarle: Eccoci! Nel momento in cui l'orsacchiotto non è più un oggetto a cui si può comodamente succhiare l'orecchio o la punta del naso, e diventa una palla da lanciare o addirittura un bebè da cullare o mettere a nanna, ci siamo, il salto è fatto. L'oggetto lascia il suo status di cosa da succhiare o di cui percepire la morbidezza e passa ad essere altro, a significare un'altra cosa. Quando una cosa significa un'altra cosa, siamo nell'ambito del simbolico, un ambito tutto mentale. Il significato esiste solo nella mente, non si tocca né si vede né si annusa.

Bimbo con un orsacchiotto
Bimbo con un orsacchiotto

Adesso si gioca, e le possibilità diventano davvero infinite. Senza i limiti dell'immediatamente presente il tempo e lo spazio diventano infiniti, siamo nell'ambito dell'illimitatamente possibile.

Però anche il gioco ha i suoi livelli e le sue evoluzioni. Dal gioco oltre gli oggetti ma con gli oggetti si giunge al gioco completamente immaginativo, il giuoco di ruolo, per esempio, "facciamo che io ero la mamma". La mamma a cui ci si riferisce è un'idea di mamma strettamente in rapporto con la mamma percepita, conosciuta e vissuta, ma in quel momento assente. Comunque, il riferimento ad esperienze ed oggetti della propria esperienza sensoriale, nel gioco, è ancora presente.

Considero che il momento in cui il gioco si sviluppa sia il momento-ponte durante il quale si costruiscono le fondamenta per la futura disinvolta manipolazione del pensiero simbolico. Il gioco alimenta la capacità di formare legami di significato tra cose che nulla hanno in comune tra loro. Per esempio, quando un bambino decide di giocare a "andare a cavallo" e gira per casa a cavalcioni di una scopa, sebbene un cavallo ed una scopa nulla abbiano in comune tra loro, per il nostro aspirante cavallerizzo, la scopa "è" un cavallo, non c'è discussione. E se poi il bambino vorrà disegnare il suo cavallo, non disegnerà una scopa, ma eseguirà tracce grafiche più o meno evocanti un cavallo secondo la sua età e la sua abilità di disegnatore. E' però capace di dire "cavallo" con in mente l'immagine di un vero cavallo. Ma un'immagine, non un cavallo, perché probabilmente, ammesso che ci stia, sarà difficile convincere un cavallo ad entrare concretamente nella nostra testa. L'immagine sì, e la parola anche, ed ecco come il gioco, l'immagine mentale ed infine il linguaggio, sono momenti strettamente collegati nell'evoluzione delle attività che chiamo simboliche. Si va avanti passo dopo passo.

Pensare

Il pensare è un'attività astratta: è quella funzione che permette l'esistenza e la manipolazione di "cose" tutte mentali, senza necessari riferimenti alla realtà concreta, o attraverso immagini o con parole e segni che la rappresentano in modo universale. Per esempio, sia l'immagine mentale di una scopa, che la parola "scopa" includono tutte le scope possibili, a meno che non stiamo pensando proprio ad una scopa in particolare. Il numero 5 non è il risultato della somma, mettiamo, di 3 mele + 2 mele, o il numero 22 il risultato dell'unione di 20 pulcini + altri 2, ma esprime l'esistenza di un valore numerico con identità propria, pronto ad assumere un significato ed una funzione specifica in relazione ad altri valori, nel contesto di qualsiasi formula matematica. Nel caso delle mele o dei pulcini, il numero nasce dall'effetto di un'azione concreta, effettuata esternamente. Nel caso del numero astratto, si tratta dell'immediato riconoscimento del simbolo numerico senza necessità di effettuare operazioni concrete. Perciò siamo sicuri di essere nel campo dell'astrazione.

La stessa idea vale per le parole: la parola, che sia scritta o pronunciata, non ha alcun legame oggettivo con la cosa o l'azione evocata: la parola "mela" o "pulcino" non hanno nulla in comune con gli oggetti a cui noi pensiamo quando le sentiamo pronunciare. L'associazione si forma nella nostra mente, dove possiamo pensare a un numero illimitato di mele per il semplice fatto che non si tratta di veri oggetti (che occupano uno spazio fisico), ma solo della loro immagine mentale.

Come dicevo nella prima parte, il ponte tra il mondo fisico dell'esperienza e quello astratto è rappresentato dal gioco e dal disegno, passando anche dall'immagine mentale, una forma di pensiero non proprio concreta ma neanche del tutto astratta (perché è l'immagine di qualcosa di concreto), presente sia nel gioco che nel disegno.

Gatto alla lavagna
Gatto alla lavagna

I bambini che da piccolissimi hanno cominciato a creare in fantasia situazioni e personaggi immaginari, si sono comunque appoggiati ad esperienze reali, e, sebbene all'inizio i giocattoli diventino realmente il personaggio voluto, più tardi sono riconosciuti come "rappresentazioni". La fantasia opera sulla realtà in modo onnipotente a riesce a "creare" ogni tipo di situazione senza doversi preoccupare della fattibilità. Ovviamente gli elefanti volano ed io "posso" superare il bosco della strega cattiva in groppa ad uno di loro, ovviamente io "sono" la mamma che fa mangiare al bebè la orribile pappa di verdure perché gli fa bene. Questo tipo di pensiero è fondamentalmente emotivo ed aiuta il bambino ad elaborare, comprendere ed analizzare le cose della sua vita, interne ed esterne. Per questa ragione è trasformativo.

Nel frattempo il bambino sviluppa un altro tipo di pensiero che ha a che fare con la realtà esterna, che serve a comprenderla cognitivamente e ad entrare in relazione con le persone e le cose che la popolano in modo utile. Per fare questo comincia a sviluppare un linguaggio sempre più articolato e la capacità di operare mentalmente sulle cose senza necessità di averle sotto gli occhi. Per tornare alle mele ed ai pulcini, sa quante sono quattro mele o due pulcini, anche se non li vede. Qualche volta, purtroppo, questi collegamenti-lampo non avvengono, sia per ragioni di sviluppo neurologico, sia per ragioni di ordine emotivo e relazionale, ed allora sorgono problemi affettivi e cognitivi, di cui ho scritto in un altro articolo.

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